CicloUrbano per te

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Entries in sicurezza (3)

mercoledì
nov252009

Spazi condivisi e traffico debole

Il video qui sotto mostra pedoni, bici, scooter, auto e autobus attraversare da varie direzioni un incrocio piuttosto trafficato. La particolarità è che non c'è nessuna forma di segregazione delle varie modalità di trasporto. Tutti condividono la stessa sede stradale, niente corsie ciclabili e anche la distinzione tra strada e marciapiede è piuttosto vaga. (segnalato da David Hembrow)

Colpisce in particolare l'assenza di segnaletica sia orizzontale che verticale ed il fatto che bici e pedoni utilizzino con grande libertà l'intera sede stradale percorrendo spesso traiettorie che potremmo definire ardite.

Si tratta di una applicazione delle teorie di Hans Monderman, urbanista olandese, che introdusse il concetto di shared space, ovvero di una viabilità caratterizzata dall'assenza di segnaletica e canalizzazioni. Questa situazione dovrebbe incentivare l'interazione e la mediazione tra i vari utenti della strada che concordano al volo precedenze e percorsi. E come conseguenza si dovrebbe ottenere una riduzione dell'incidentalità.

Ma funziona? Perchè i cosiddetti "utenti deboli" della strada, ovvero pedoni e bici, possono affrontare questo incrocio senza rischiare la pelle? La risposta è nel video ed è molto semplice: perchè gli utenti deboli rappresentano la maggioranza del traffico.

Esperimenti di "spazi condivisi" in zone con percentuali di traffico motorizzato superiore non sempre hanno avuto risultati positivi. E questo non fa altro che confermare che il fattore più importante per la sicurezza del ciclista urbano è la presenza massiccia di altri ciclisti urbani al suo fianco. Non l'uso del casco o l'incremento delle piste ciclabii.

Quindi temo che in Italia saremo costretti ad aspettare prima di poter abbracciare le teorie di Monderman ...

venerdì
nov062009

L'elefante nel negozio di cristalli

Mentre qua da noi riaffiorano periodicamente le accuse ai ciclisti urbani di costituire un pericolo per la circolazione e si alzano cori indignati di coloro che vogliono i ciclisti multati e decurtati di punti, in Olanda fanno partire una campagna Guida con il cuore [Rij met je hart] che parla direttamente agli automobilisti sottolineando la loro grande responsabilità nel traffico.

Questo quello che dice la voce narrante:

"Le auto di oggi sono zeppe di dispositivi per proteggere l'incolumità del guidatore. Cinture, airbags, ABS, controllo di stabilità, ... Ma c'è solo un dispositivo all'interno dell'auto che si preoccupa della sicurezza degli altri utenti della strada. Quel dispositivo sei tu. Guida con il cuore."

Da notare che il guidatore si ferma per consentire alla mamma in bici una manovra non propriamente corretta, ovvero una svolta a sinistra partendo dal lato destro della carreggiata. Non è casuale, è per rimarcare il fatto che l'auto è il vero elefante nel negozio di cristalli e per questo viene richiesto maggiore senso di responsabilità. Non penso che vedremo presto campagne del genere in Italia ...

Grazie a Copenaghenize per la dritta.

giovedì
ott012009

Casco o non casco

Chiunque si avvicini al tema "bici e sicurezza" viene presto coinvolto in discussioni sull'opportunità o addirittura l'obbligatorietà del casco protettivo per i ciclisti. Chiarisco subito la mia posizione: rendere obbligatorio l'uso del casco è il peggior dispetto che si possa fare alle nostre città!

E lo dico senza presupporre distinzioni per maggiori o minori di 16 anni o di qualunque altro limite di età. E, ovviamente, senza distinguere tra chi sulla bici pedala e chi viene trasportato, come ad esempio i bambini.

Troppo drastico? Intendiamoci, non ho nulla contro chi decide di usare il casco, una libera scelta comprensibile ed apprezzabile. Ma mi irritano le "campagne sociali" per incentivare l'uso del casco. Raccontare che si è sicuri in bici solo indossando un casco significa far passare il messaggio che pedalare è intrinsecamente un'attività pericolosa, di cui avere un po' di paura. E la cosa diventa ancor più odiosa quando queste campagne fanno leva sui timori dei genitori per l'incolumità dei loro bambini.

Ogni tanto temo di avere derive ciclo-talebane, e forse è vero, ma per fortuna sono in buona compagnia. Christoph Merkli (presidente di Pro Velo Svizzera, associazione elvetica per la tutela dei diritti del ciclista) ha recentemente espresso il suo parere in una lettera aperta che Doretta Vicini ha tradotto per Firenzeinbici:

Se si considera solo la superficie del cranio umano e la sua incolumità si può capire questo inno al casco, dato che in questo caso il casco può veramente essere utile, diminuendo l'entità dei danni superficiali. Ma se si guarda al problema più in profondità insorgono delle criticità. [...]

L'amara verità è che il casco non può purtroppo evitare nessun incidente. Al contrario aumenta il rischio di incidenti: uno studio inglese ha dimostrato che gli automobilisti si avvicinano maggiormente durante il sorpasso ai ciclisti che portano il casco. Inoltre il casco non aiuta neppure nelle lesioni al collo e al cervello e certamente neppure ad altre parti del cropo. Il casco, quindi, non è una protezione valida e non contribuisce gran ché all'incolumità del ciclista, come qualcuno potrebbe invece credere.

Sono invece certe le conseguenze di questa scelta scellerata: in Australia e Nuova Zelanda, due paesi che hanno introdotto l'obbligatorietà del casco, l'uso della bici è diminuito del 20% e in qualche caso del 40%. Basta leggere l'abstract di questo studio per capire quanti danni queste leggi hanno causato solo dopo pochi anni di applicazione. Se fossi un Australiano mi sentirei un po' pirla, o patacca. Fate voi.

Ne estraggo solo un breve passaggio: «Il maggior effetto della legge sull'obbligatorietà del casco non è stato quello di incoraggiare i ciclisti a portare il casco, piuttosto è stato quello di scoraggiarli ad usare la bici».

Tornando dalle nostre parti, Merkli conferma questo rischio di abbandono della bici:

Si deve concludere che queste campagne che alimentano la paura – soprattutto nei genitori – sono responsabili della notevole diminuzione dell'uso della bici nei bambini e nei giovani. Infatti, l'uso della bicicletta da parte di adolescenti in Svizzera si è dimezzato rispetto a quello dei loro coetanei di 15 anni fa.

A questo punto si sarebbe portati a quindi a pensare: "Meglio meno ciclisti sulle strade e meno danni cerebrali", ma è un'affermazione facilmente contestabile, giacchè uno dei fattori principali di sicurezza per i ciclisti è il maggior numero di ciclisti. In altre parole quando le biciclette sono numerose vi è maggiore attenzione nei loro confronti. E', infatti, proprio nei paesi come la Danimarca e l'Olanda con il maggior numero di ciclisti che si ha il minor numero di incidenti. E di caschi da quelli parti se ne vedono ben pochi!

Se ancora avete dei dubbi, date un'occhiata ai numeri. Questi grafici dicono più di mille parole.

 Immagine da Copenaghenize